Gli scavi iniziati nel 1983 dal Dipartimento di Archeologia dell’Università di Bologna stanno riportando alla luce parte di un complesso di età tardoromana di notevoli dimensioni, sul quale si sono parzialmente sovrapposte le strutture della Basilica di San Cristoforo ad Aquilam.
L’area era già stata oggetto di scavi archeologici nel corso del XVIII secolo da parte di Annibale degli Abbati Olivieri (nel 1757) e dal parroco di Casteldimezzo (nel 1782).
Del resto tutta la zona - a quell’epoca significativamente chiamata “Piano antico” - era nota per gli interessanti ritrovamenti archeologici, tanto che lo stesso Olivieri ipotizzava l’esistenza di “un antico Vico del Pesarese (...) che avesse a tempo de’ Romani il nome ad Aquilam”; sempre riferendosi all’area di “Piano Antico” lo studioso pesarese scriveva: “In tempo di mia gioventù molti scavi feci fare in quel contorno, e trovai parecchi pavimenti di mosaico dei quali conservo il disegno”.
Gli scavi condotti dall’Olivieri e dal parroco di Casteldimezzo avevano riportato alla luce strutture murarie e pavimentali che essi attribuivano alla Basilica paleocristiana di San Cristoforo “ad Aquilam”, dove nel 743 d.C. l’esarca Eutichio incontrò papa Zaccaria, come ricorda il Liber Pontificalis.
Partendo da queste conoscenze, nel 1983 gli archeologi dell’Università di Bologna hanno intrapreso regolari campagne di scavo, iniziando l’indagine archeologica proprio dall’area già oggetto delle ricerche settecentesche. Quest’area era stata individuata con precisione grazie alla ricerche d’archivio di Maria Teresa Di Luca.
Il pessimo stato di conservazione delle poche strutture sopravvissute alla sistematica attività di spoglio che seguì gli scavi del Settecento e la mancanza di materiale archeologico datante rendevano di difficile interpretazione e datazione quanto rinvenuto nei primi anni di scavo.
Tuttavia, i dati archeologici acquisiti, il fortunato ritrovamento presso la Biblioteca Oliveriana di Pesaro di una mappa in cui Gian Andrea Lazzarini aveva riportato le strutture individuate nel 1782, nonché la forte corrispondenza di questo disegno con quanto messo in luce dai nuovi scavi lasciavano supporre che potesse effettivamente trattarsi dei resti della basilica paleocristiana, e precisamente dei resti del grande atrium e del lungo “nartece a forcipe” che precedevano l’aula basilicale vera e propria.
Nel 1995 l’estendersi delle ricerche in un settore non toccato dagli sterri settecenteschi ha consentito di attribuire quanto fino a quel momento rinvenuto non alla basilica paleocristiana, bensì a un grande complesso abitativo di età tardoimperiale.
A monte del cosiddetto “nartece” lo scavo non ha messo in luce, come ci si aspettava, i resti della navata o delle navate della basilica, bensì una serie di ambienti a pianta quadrata o rettangolare, molti dei quali con mosaici pavimentali.
La costruzione di questa villa va messa in relazione con il processo di concentrazione della proprietà terriera e con il formarsi di enormi patrimoni fondiari; la ricchezza dei suoi proprietari è dimostrata soprattutto dai mosaici, completamente aniconici e di tipologia geometrico-astratta, ora bianchi e neri, ora policromi, che in alcuni casi richiamano anche quelli del vicino duomo di Pesaro.
Per questi mosaici è possibile istituire confronti tipologici e stilistici con esemplari di Ostia e dell’Africa settentrionale inquadrabili tra l’età severiana e gli inizi del IV secolo, ma non si possono escludere interventi integrativi o rifacimenti di VVI che potrebbero aver modificato o occultato precedenti pavimentazioni. Il vano B, il maggiore rispetto a tutti gli altri, con una fronte di m 7,50, mostra un pavimento musivo policromo dal complesso schema compositivo, reso con tessere di piccole dimensioni e impreziosito da un emblema centrale purtroppo in gran parte perduto.
Il modulo base è dato da due quadrati di circa m 1,50 di lato costituiti da trecce sfumate bianco-rosse o bianco-nere che si intersecano con angolo di 45°, dando così origine a una stella. Internamente i due quadrati determinano un ottagono dentro il quale è disegnato una sorta di fiore a petali alternati, quelli frastagliati di colore verde con contorno nero e quelli lanceolati rossi, con bottone centrale nero e tessera rossa nel mezzo.
Tra una stella e l’altra vi sono losanghe profilate di nero, bianche esternamente e rosse all’interno; l’intera stesura è delimitata da una cornice che, in campo nero, evidenzia una treccia a nastri alternati, bianco-neri e bianco-rossi. Lungo la linea marginale si susseguono semiottagoni, contenenti mezzo fiorone, alternati a triangolini equivalenti a mezza losanga. Il modulo è conosciuto soprattutto nell’area africana e trova confronti con esemplari datati al III e alla prima metà del IV secolo.
Il mosaico di questo vano mostra chiari segni di rattoppi e risarciture, e probabilmente aveva un emblema centrale che non è stato individuato. Una lacuna del tessuto musivo, provocata dalla successiva messa in opera nel pavimento di un tramezzo ligneo, è stata risarcita già in antico utilizzando tessere originarie per disegnare un motivo, più semplice, formato da cerchi policromi. È chiaro che per dimensioni, posizione e tipo di tessellato il vano B doveva essere l’ambiente principale della casa.
Il vano A, di circa m 4,50x4, presenta una stesura musiva organizzata con un modulo complesso: esso si imposta su file parallele di cerchi a fascia larga e bianca, tangenti orizzontalmente e verticalmente mediante quattro opposti poligoni a lati concavi e convessi neri che interrompono la figura principale.
Al loro interno un ottagono bianco a lati concavi, formato dalla risultante di quattro figure a calice su piede triangolare di colore opposto e tangenti nel piede, contiene un quadrato bianco posto sul vertice.
Nello spazio di risulta, tra ognuna di queste composizioni, emerge un’altra figura quadrangolare a lati curvi (o stella a quattro punte) di colore nero.
Nel complesso si tratta di un motivo ad impatto cromatico contrastante, formato da elementi piuttosto grossi con diversi giri di tessere. Pur non essendo nota altra puntuale applicazione, il genere trova ampia diffusione soprattutto nell’ambiente di Ostia in pavimenti datati al III secolo.
Il vano C aveva la medesima larghezza di A, ma il suo pavimento, forse originariamente costituito da laterizi posti in piano, non si è conservato e resta soltanto il piano di malta del sottofondo. A lato di questo ambiente ed alla profondità di m 2, è stata rinvenuta una fistula (tubatura) in piombo che, in assenza di resti di pavimentazione, potrebbe segnalare la presenza in questo punto di un’area aperta, forse un piccolo cortile (G).
Il pavimento musivo dell’ambiente D, di circa m 2,50x2,50, è formato da un motivo ottenuto dall’intersezione di due croci sfalsate, poste in asse, lungo file grossomodo parallele: ciascuna delle figure, formata da una sola linea di tessere nere su fondo bianco, presenta nel punto di incrocio dei due bracci una tessera bianca ed, esternamente ad essi, otto tessere nere.
A lato del vano D e dell’area scoperta G, lo scavo ha messo in luce i lacerti di un pavimento bianco e nero, danneggiato dall’azione del fuoco. Il frammento recuperato (m 1,50 di larghezza e m 2 di lunghezza) presenta due strisce nere, larghe cm 5 e tra loro parallele, ad una distanza di cm 50: potrebbe trattarsi della cornice esterna di un pavimento più vasto o, più probabilmente di ciò che resta di un corridoio (E).
L’ambiente F ha restituito parzialmente un pavimento musivo strutturato a scacchiera bianca e nera, con quadrati all’interno di una cornice di tessere nere. Tangente a F, il vano L presenta su fondo bianco un motivo di cerchi che si intersecano a formare fiori quadripetali e quadrati dai lati convessi, con al centro un piccolo fiore schematizzato.
Tale impianto, incorniciato da un bordo di quattro file di tessere nere, trova molti confronti nel IV e V secolo in ambito ravennate e adriatico. Ciò che resta del pavimento dell’ambiente H (ubicato tra F e P) mostra un mosaico su fondo bianco, il cui motivo centrale, delimitato da due sottili bande parallele nere, appare costituito da cerchi che mostrano, al centro, il solito fioretto quadripetalo stilizzato in tessere bianche e, all’esterno, quattro foglie lanceolate nere, tra loro ortogonali.
Del vano P è stato individuato anche il mosaico della soglia (cm 98x32 circa) che presenta, su fondo nero, un motivo in tessere bianche formato da una losanga, con oculo centrale, desinente negli angoli acuti in due pelte contrapposte. Una doppia fascia, bianca e nera, separa il mosaico della soglia da quello dell’ambiente vero e proprio, strutturato come un tappeto di pelte bicrome bianche e nere.
La maggior parte di questi ambienti (ABDEFHP), come si è già detto, si affaccia sul vano N (il cosiddetto “nartece”) dotato di un pavimento a mosaico policromo con motivi geometrici costituiti da rombi e quadrati, rossi e bianchi, contornati di nero e campiti da motivi floreali stilizzati, disegnati da tessere nere.
Le absidi di tale vano, lungo circa m 36 e largo m 7, presentano motivi decorativi diversi realizzati con tessere nere in campo bianco, contenuti entro un’ampia banda seguente la curva dell’abside e la sua corda, delimitata esternamente da un semplice listello nero e articolata al suo interno da cornici plurime, la prima delle quali a triangolini, a colore contrastante, era seguita dalla solita treccia perlinata posta tra due ampi ed uguali listelli bianchi.
Il tappeto dell’abside sud mostra una struttura compositiva formata da un reticolo a forte contrasto cromatico, nero su fondo bianco, composto da cerchi e quadrati a lati concavi posti sulla diagonale, tangenti gli uni con gli altri e disposti su file parallele, alternati in modo che ogni quadrato abbia un vertice appoggiato su un disco.
Il pavimento dell’abside nord è costituito da una composizione di tessere nere su fondo bianco, formata da triangoli opposti per la base e separati da un motivo geometrico di sette elementi disposti in parallelo rispetto ai triangoli. Confronti tipologici possono essere istituiti ancora con mosaici di Ostia, databili al III secolo. La grande villa risulta già abbandonata prima della metà del VII secolo, come dimostra una sepoltura di quel periodo scavata nel mosaico di uno dei vani.
Tuttavia, la presenza di numerose tombe tagliate nei livelli di interro e riferibili a un arco cronologico piuttosto ampio, che per lo meno arriva al pieno Medioevo, attesta che dopo l’abbandono dell’edificio questa zona fu a lungo utilizzata come necropoli a conferma che i resti della Basilica di San Crisoforo, alla quale è da riferire quest’area cimiteriale, dovevano comunque trovarsi nelle vicinanze.
L’ultima campagna di scavo, condotta nel 2001, ha confermato tale ipotesi, dimostrando che entrambe le tesi finora proposte, quella della villa e quella della basilica, non sono antitetiche ma hanno entrambe un fondamento archeologico.
Si ha infatti una parziale sovrapposizione dell’edificio religioso a quanto rimane dell’abitazione tardoimperiale, come dimostra il fatto che la grande sala absidata (B) della villa viene inglobata nell’aula basilicale, che per ora è stata solo parzialmente messa in luce.
1757 L’erudito pesarese Annibale degli Abbati Olivieri Giordani effettua dei saggi di scavo nella piana di Colombarone per individuare i resti della basilica paleocristiana di San Cristoforo "ad Aquilam", citata nel Liber Pontificalis come il luogo posto lungo la via Flaminia a 50 miglia da Ravenna dove nel 743 l’esarca Eutiche andò ad attendere papa Zaccaria, che da Roma si stava dirigendo verso la capitale dell’esarcato. Gli scavi permisero all’Olivieri di individuare quello che nelle sue Memorie di Gradara interpreta come "abside" della chiesa.
1782 L’arciprete di Casteldimezzo effettua altri scavi che mettono in luce diverse strutture messe in pianta probabilmente dall’architetto pesarese Gianandrea Lazzarini, amico e collaboratore dell’Olivieri, sulla base delle misure fornite dal capomastro che seguiva lo scavo.
1980 Viene organizzato a Gradara un convegno di studi per analizzare la pianta del Lazzarini, da poco pubblicata da Delio Bischi all’interno della prefazione alla ristampa anastatica delle Memorie di Gradara dell’Olivieri. I problemi dibattuti sono sostanzialmente due: l’interpretazione funzionale delle strutture messe in pianta e l’ubicazione dell’area oggetto degli scavi del 1782. Secondo l’opinione di Nereo Alfieri, accolta dai convegnisti, le strutture disegnate nella pianta del Settecento dovevano appartenere all’atrio antistante la basilica vera e propria, atrio che si raccordava con l’edificio ecclesiastico mediante un lungo nartece "a forcipe". Sulla base poi della ricerca d’archivio condotta da Maria Teresa Di Luca l’area indagata nel XVII secolo doveva trovarsi alle spalle del moderno complesso di Colombarone, tra questo e il campo di calcio.
1983 Il Dipartimento di Archeologia dell’Università di Bologna e il Comune di Pesaro effettuano una campagna di prospezioni geofisiche e una serie di saggi di scavo che porta ad individuare l’esistenza di strutture archeologiche nel terrazzo artificiale posto tra il complesso di Colombarone e il campo sportivo. In particolare viene individuato un basamento quadrato in muratura di circa 4 m di lato, con l’impronta di 4 nicchie.
1984-1993 Vengono effettuate annuali campagne di scavo che portano ad individuare una serie di strutture che bene corrispondono a quelle presenti nella pianta settecentesca. I materiali recuperati, ad un primo esame, si collocano tutti in un arco cronologico compreso tra il tardo-antico e l’alto medioevo, per cui sembra di poter confermare l’ipotesi formulata nel 1980.
1994-1999 Si esplora la parte posta a monte del c.d. "nartece", dove cioè avrebbe dovuto trovarsi l’edificio basilicale vero e proprio. In realtà lo scavo mette in luce tutta una serie di vani pavimentati a mosaico e giustapposti l’uno all’altro. Ciò portava ad escludere che le strutture fino a quel momento individuate appartenessero alla basilica paleocristiana, dovendo invece essere pertinenti ad un complesso residenziale databile, sulla base dei materiali e dei mosaici, ad un periodo che va dalla fine del III - inizi del IV alla metà del VI secolo. Che nell’VIII secolo, cioè all’epoca dell’incontro tra Eutiche e Zaccaria, le strutture individuate nel Settecento fossero già sepolte è poi dimostrato dal ritrovamento di uno di questi vani (vano A) di una tomba che utilizzava come fondo il pavimento a mosaico e che conteneva come corredo un rasoio in osso databile alla metà del VII secolo.
Nel 1997 è stata firmata un’intesa tra Comune di Pesaro, Ente Parco Naturale San Bartolo, Dipartimento di Archeologia dell’Università di Bologna per il recupero e la valorizzazione dell’area.